LE CASE A FUNGO — DUE VOLTE NELLO STESSO VILLAGGIO

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La prima volta che arrivai ad Azheke, nello Yunnan, c’erano persone dappertutto. Quando ci tornai, invece, trovai la nebbia. Era così fitta che per un momento mi sembrò di essere entrato in un altro villaggio. Eppure ero tornato proprio per quelle case, per quelle strade e per la vita che avevo visto svolgersi all’aperto durante il primo viaggio.

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Di Azheke ricordavo soprattutto le persone. Le case a fungo mi avevano incuriosito e le risaie mi avevano incantato, ma a rimanermi impresse erano state soprattutto le scene quotidiane, quelle che incontri camminando senza una meta precisa e che ti fanno fermare più a lungo del previsto.

Qualcuno mangiava per strada. Le donne lavavano le scodelle, altri sistemavano i tetti. Le galline correvano tra le abitazioni, passando in mezzo alle persone come se conoscessero perfettamente il percorso. C’era chi lavorava e chi stava seduto fuori, su uno sgabello, vicino alla porta di casa. Io guardavo una cosa, poi un’altra, e continuavo a trovare motivi per rallentare.

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Le abitazioni erano vicine fra loro, collegate da passaggi di pietra, gradini e piccoli spazi aperti. Bastava alzare gli occhi per accorgersi che la vita proseguiva anche sopra la strada, sulle terrazze e sui balconi.

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Alcune signore si erano appena lavate i capelli e se li spazzolavano all’aperto. Mi colpiva quel gesto così familiare, ritrovato in un luogo tanto lontano da casa. Altre stendevano i panni, occupandosi di una giornata che per loro era del tutto normale e che io, invece, avrei ricordato per anni.

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Su un balcone, una donna sedeva immobile. Mi sembrava assorta in meditazione, anche se non potevo sapere a cosa stesse pensando. Poco più in là, altre donne pranzavano con una scodella di zuppa. Ogni balcone mostrava un momento diverso: la cura di sé, il bucato, il pasto, una pausa.

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Mi rendevo conto di quanto della loro quotidianità si svolgesse davanti ai miei occhi. Le terrazze erano un prolungamento delle case. Guardando in alto vedevo gesti che conoscevo bene, ma ai quali, nella mia vita di tutti i giorni, raramente prestavo attenzione.

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E poi c’erano i tetti. Le chiamano case a fungo e, quando le hai davanti, capisci subito il perché. Le grandi coperture in paglia ricordano enormi cappelli appoggiati sulle pareti. Viste una accanto all’altra danno al villaggio un profilo particolare, che impari presto a riconoscere.

Sono le abitazioni tradizionali degli Hani, il popolo a cui appartiene questo villaggio. In queste montagne la loro storia è profondamente legata alla coltivazione della terra e alle risaie che accompagnano i pendii.

Osservare qualcuno intento a sistemare un tetto mi riportava alla concretezza di quelle case. Io ne ammiravo la forma; chi ci abitava, invece, doveva occuparsi di mantenerle. C’erano materiali da sistemare, parti da riparare, lavori da fare perché la vita potesse continuare al loro interno.

Questo mi piaceva di Azheke: anche ciò che ai miei occhi appariva straordinario faceva parte delle necessità di ogni giorno.

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Come mi succede spesso in Cina, però, il mio sguardo finiva inevitabilmente per tornare verso chi mangiava.

Una scodella in mano a qualcuno riesce sempre ad attirare la mia attenzione. Mi viene voglia di capire cosa contenga, come sia stato preparato, quale posto occupi nella giornata. È una curiosità che mi accompagna da tanti anni e che non si esaurisce entrando nelle cucine o leggendo una ricetta.

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Lì bastava guardare una donna che pranzava sul balcone con la sua zuppa. Non sapevo quali ingredienti ci fossero nella scodella e non avrei potuto ricostruirne il sapore. Ma vedevo il posto in cui quel pasto veniva consumato: la casa, i panni stesi, le persone intorno, la montagna.

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Poco dopo incontravo altre donne che lavavano le stoviglie. Il pranzo lasciava spazio alle faccende successive. Io mi fermavo a osservare; loro continuavano.

Durante la seconda visita, la nebbia cambiò completamente il modo in cui guardavo il villaggio.

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C’erano poche persone in giro. Non sapevo se dipendesse dall’ora, dal tempo o dagli impegni di quella giornata. Di certo, non bastava trovare le strade meno frequentate per pensare che il villaggio si fosse svuotato. Era diverso il momento in cui ero arrivato, ed era diversa la parte di vita che riuscivo a vedere.

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Le case più vicine erano ancora riconoscibili, mentre quelle lontane perdevano lentamente i contorni. Non potevo più abbracciare tutto con uno sguardo. Dovevo avanzare, guardare e scoprire cosa ci fosse poco più in là.

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Mi tornavano in mente le immagini della prima visita. Dove ricordavo tante persone, adesso vedevo un passaggio quasi vuoto. Alzavo gli occhi verso le terrazze, ripensando alle donne che si spazzolavano i capelli, a quelle che stendevano i panni e a quelle che mangiavano. Il ricordo del primo viaggio si sovrapponeva a ciò che avevo davanti.

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Era una sensazione particolare: conoscere già un luogo e, nello stesso tempo, dover imparare a guardarlo di nuovo.

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Dietro la nebbia si intravedevano le risaie. Anche quando riuscivo a distinguerne soltanto una parte, la loro presenza dava un senso a tutto il resto. Quelle persone vivevano della coltivazione della terra. I campi facevano parte della loro giornata quanto la casa, il tetto da sistemare e il pasto da preparare.

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Per un viaggiatore le risaie sono una vista davanti alla quale fermarsi. Per chi le coltiva sono anche fatica, manutenzione, attesa e raccolto. Io potevo ammirarne il disegno e poi ripartire. Chi abitava lì doveva continuare a prendersene cura.

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Da cuoco, questo pensiero mi toccava particolarmente. Siamo abituati a parlare del riso quando entra in pentola: quanta acqua aggiungere, quanto cuocerlo, con cosa accompagnarlo. Guardando quei campi, invece, il pensiero andava a tutto il lavoro che precede quel momento.

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Mi sembrava di poter seguire un filo fra le risaie, le case e le scodelle che avevo visto sui balconi. Non conoscevo ogni passaggio, ma davanti a quel paesaggio sentivo il bisogno di ricordarlo: il cibo comincia molto prima della cucina.

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Ad Azheke provai anche una sensazione difficile da spiegare senza cadere nelle frasi che si usano sempre per raccontare i luoghi lontani. Mi sentivo fuori dal mondo. O, più precisamente, lontano dal mondo al quale ero abituato io.

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Pensavo ai nostri orari, agli impegni che si accavallano, alla fretta con cui facciamo una cosa mentre stiamo già pensando alla successiva. A quei ritmi che certe volte diventano davvero infernali e finiscono per accompagnarci anche quando potremmo fermarci.

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Lì mi ritrovavo a osservare una donna che si spazzolava i capelli. E restavo. Non perché la sua vita fosse necessariamente più facile della mia. Il lavoro sui tetti e quello nei campi erano davanti ai miei occhi. Delle preoccupazioni di quelle famiglie, invece, sapevo poco. Ma in quelle ore ero riuscito a lasciare andare la fretta con cui di solito guardiamo tutto. Un gesto quotidiano aveva di nuovo il tempo di attirare la mia attenzione.

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Conservo due ricordi diversi di Azheke. Nel primo ci sono le persone all’aperto, le attività sulle terrazze, i pasti, le galline che attraversano i passaggi. Nel secondo c’è la nebbia, e il villaggio che si lascia vedere un pezzo alla volta. Sono contento di esserci tornato. Se avessi conosciuto soltanto la prima giornata, avrei conservato un’immagine vivace e piena di movimento. La seconda mi ha costretto a rallentare ancora, a cercare i dettagli, a confrontare quello che ricordavo con quello che avevo davanti.

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Quando ripenso alle case a fungo, rivedo una signora con i capelli appena lavati, seduta fuori a spazzolarli. Poi una scodella di zuppa su un balcone, i panni stesi fra le abitazioni, qualcuno al lavoro su un tetto. E più lontano, dietro la nebbia, le risaie. Tra le case capitava anche di incontrare qualche mucca lasciata libera, senza recinti apparenti, come se anche gli animali facessero parte naturalmente della vita del villaggio. Case, campi, persone e bestiame sembravano appartenere allo stesso spazio, senza una vera separazione.

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