La prima volta che arrivai tra le bancarelle di Wangfujing, nel cuore di Pechino, rimasi basito. Avevo visto quei mercati nei documentari, nelle fotografie e sulle riviste. Li avevo immaginati tante volte, ma trovarmi lì, con tutto quel cibo davanti, era un’altra cosa.
A ogni metro cambiava quello che potevo mangiare. Mi fermavo a osservare una preparazione e subito, poco più avanti, ne vedevo un’altra che attirava la mia attenzione. Non riuscivo a decidere dove guardare, figuriamoci cosa comprare.
C’erano le luci, la folla, il fumo delle griglie e gli odori che si mescolavano lungo il percorso. Ma soprattutto c’erano persone che cucinavano davanti a me. Impasti che diventavano ravioli, spaghetti che finivano nelle zuppe, involtini preparati e farciti al momento. Per uno come me, che da anni cercava di conoscere la Cina attraverso la sua cucina, era difficile fare anche soltanto pochi passi senza fermarsi.
I ravioli avevano forme e ripieni diversi. Avrei voluto assaggiarli tutti, ma bastava voltarmi per trovare qualcosa che mi faceva cambiare programma.
Uno dei ricordi più forti sono gli spiedini di agnello. Chiamarli arrosticini mi viene naturale, ma non bisogna immaginare quelli abruzzesi, piccoli e regolari. Quelli che ricordo io erano bastoni di legno con pezzi di carne grandi, anche di tre centimetri, messi a cuocere sul carbone.
Una volta pronti, venivano spalmati con una salsa nella quale ricordo curry, zenzero e aglio. Il profumo della carne, il carbone e quella salsa arrivavano tutti insieme. Ancora oggi faccio fatica a raccontare quanto mi piacessero: dovrei poterne porgere uno a chi legge e dire soltanto «assaggia».
Poi c’erano gli involtini di verdure, enormi, preparati sul momento. Le zuppe calde di spaghetti, con il vapore che saliva dalle ciotole. Gli spaghetti saltati con la carne di agnello, le polpette di pesce al sugo, una zuppa di milza con verdure. E ancora spaghetti dolci, anatre ripiene e dolci che, per i miei gusti, erano decisamente troppo dolci.
Non tutto mi piaceva allo stesso modo. Ma anche quello che non avrei ricomprato mi incuriosiva. Volevo capire cosa fosse, come si preparasse, che sapore avesse. Alcune cose le conoscevo soltanto dalle immagini; altre non le avevo mai viste nemmeno lì.
E naturalmente c’erano gli scorpioni.
Io e mio figlio li assaggiammo. Dopo tutta la curiosità, l’impressione e l’attesa, il giudizio fu abbastanza semplice: niente di che! Sono rimasti più memorabili per il gesto di averli mangiati insieme che per il loro sapore.
Del resto, non erano gli scorpioni a rendere straordinario quel posto ai miei occhi. Erano una delle tante cose da vedere, una curiosità in mezzo a un percorso nel quale avrei continuato ad assaggiare molto più volentieri carne, ravioli e spaghetti.
Ricordo anche un banco di piccole anatre preparate alla pechinese. Vederle tutte esposte mi faceva una certa impressione. Poi le assaggiai e l’impressione lasciò spazio alla bontà.
Era così che procedevo: guardavo, esitavo, compravo. E subito ricominciavo davanti alla bancarella successiva.
Alla fine comprai praticamente qualsiasi cosa riuscissi ancora a mangiare.
Il limite non erano i soldi. Ricordo assaggi che, al cambio di allora, costavano meno di cinquanta centesimi. Il vero problema era trovare spazio: la curiosità continuava a crescere mentre lo stomaco, purtroppo, aveva già iniziato a protestare. Dovevo scegliere cosa lasciare, e quella era la parte più difficile.
Con il tempo ho imparato a guardare quei mercati anche con maggiore attenzione. Le bancarelle più fotografate, con scorpioni, insetti e altri alimenti insoliti, non raccontavano da sole quello che mangiavano abitualmente i pechinesi. Una parte dell’offerta cercava soprattutto di stupire i visitatori.
Per conoscere meglio la cucina della città bisognava continuare a cercare: entrare nei piccoli ristoranti degli hutong, osservare le botteghe, frequentare i mercati di quartiere. Anche questo faceva parte del viaggio.
Ma sapere che Wangfujing fosse diventata una destinazione turistica non cancella quello che provai la prima volta. Quel mercato mi aveva permesso di vedere dal vivo preparazioni che fino ad allora avevo incontrato soltanto su uno schermo o sulla pagina di una rivista. Potevo avvicinarmi, osservare le mani di chi cucinava e, finalmente, assaggiare.
Quando tornai a Pechino per la seconda volta, cercai di nuovo quel posto. Lo trovai chiuso.
Ci rimasi davvero male. Ero tornato con il ricordo preciso di quelle bancarelle e con la voglia di ripercorrerle. Pensavo ai cibi che avrei mangiato ancora e a quelli che, la prima volta, avevo dovuto lasciare per mancanza di spazio.
Invece non potevo più farlo.
Pechino continuava a offrire moltissimo, e negli anni avrei scoperto altri luoghi, altre cucine e altre persone. Ma quello era stato uno degli spettacoli di street food più affascinanti della mia vita. La sua chiusura mi lasciò la delusione concreta di un appuntamento mancato.
Ancora oggi, quando penso a Wangfujing, rivedo quegli spiedini sul carbone, le ciotole fumanti, il banco delle piccole anatre. E mio figlio accanto a me mentre assaggiamo gli scorpioni. Potessi tornarci per una sera, lascerei perdere quelli. Mi terrei più spazio per tutto il resto.

