Scoprii a un certo punto che a PRATO vicino Firenze esisteva la più grande comunità cinese d’Italia, non la più antica perché quella è a Milano in Via Paolo Sarpi.
Alla fine degli anni 90, al ritorno da un mio viaggio in Europa, decisi finalmente di andare a visitarla. Appresi subito che la China Town di Prato si compone di due lunghissime strade: Via Filzi e Via Pistoiese. Arrivai in una delle due, parcheggiai la macchina e iniziai a passeggiare senza meta. “MIO DIO…LA CINA”! Mi venne subito in mente la China Town di NY con gli stessi odori e fumi.
Mi ricordo ancora una piazzetta lungo via Pistoiese con un ristorante cinese affiancato a un negozio di alimentari anch’esso cinese con dei tavoli di legno fuori con sopra poggiati dei catini azzurri di plastica con all’interno tanti animaletti acquatici diversi tra loro di forma e lunghezza (alcuni mai visti prima!). Non volevo sapere cosa ci facessero li, sicuramente li vendevano ma non capivo bene per farci cosa. Lo capii prestissimo perché dopo pochi minuti un cameriere cinese uscì dal ristorante e andò a prendere questi animaletti trasferendoli dal catino a una scodella per poi riportarli all’interno del ristorante. A quel punto i dubbi scomparvero all’istante! Antipasti croccanti?…spero almeno fritti!…fritta qualsiasi cosa è buona!
Sono un tipo che sul cibo è, come si dice spesso, “di bocca buona”, mangio davvero tutto e non mi impressiono facilmente poiché nella mia vita volontariamente o involontariamente (grazie molto anche ai miei genitori) mi è capitato di assaggiare davvero tutto. Rane fritte, alligatore, delfino (ovviamente non lo sapevo!) lingua del cavallo, brodo di tartaruga (anche qui a mia insaputa) scorpioncini, granchi vivi e tante altre cose improbabili.
Giravo in questa città come un bambino alle giostre passando da un negozio di alimentari all’altro cercando di capire cosa fossero tutte quelle quantità infinite di buste e di oggetti alimentari che in vita mia avevo parzialmente visto solo al negozio di Fen. Negli alimentari di Piazza Vittorio a Roma tutti i prodotti sono corredati da etichetta italiana che descrive ingredienti, scadenza e tracciabilità. Devo dire che alla fine degli anni 90 a Prato molti prodotti non avevano etichette italiane forse perché unicamente destinati a pubblico cinese o per motivi che in quel momento non riuscivo bene a comprendere, o forse avevo compreso ma facevo finta di nulla.
Gli store cinesi a Prato erano molto simili a quelli che poi imparai a conoscere e frequentare in Cina, nulla a che vedere con quelli di Roma o di Milano.
Oltre al numero di articoli esposti (30/40 volte più forniti!) la differenza era data da tutta una serie di prodotti classificabili come “freschi” che, una volta comprati, potevano essere mangiati sul posto freddi o serviti comodamente a casa caldi.
Intanto mi colpirono subito dei “sacchetti” di foglie di loto, che poi imparai a conoscere “Lo mai gai” (糯米雞) e a cucinare, con all’interno riso glutinoso e maiale stufato, dei triangoli di foglie di Bambù “Zongzi” (粽子) con all’interno carne o verdure (esiste anche una versione dolce) che vengono preparate nelle case durante la “festa della barche drago” (龍船節, 龙船节, Lóngchuánjié o 龍舟節, 龙舟节,Lóngzhōujié, celebrata il quinto giorno del quinto mese del calendario cinese).
Una signora mi vide incuriosito e me ne offrì una. Non avevo mai visto nulla di simile, tolsi il filo che teneva legate le foglie e gli diedi un morso con tutta la forza per far vedere alla signora che ero un consumatore seriale di questi “oggetti”. La signora si mise a ridere (con un dente solo!) e cercò di spiegarmi che la foglia non si mangiava ma doveva essere “scartata” per mangiarne il contenuto (che vergogna!). Infatti, una volta aperta, trovai una specie di supplì di riso molto compatto con all’interno un cuore di carne con sugo di maiale addensato che una volta “addentato” si scioglieva letteralmente in bocca dando un senso al riso apparentemente insapore. Un gusto che ancora oggi definisco semplicemente: “molto cinese”. Per “molto cinese” intendo quei sapori che per noi occidentali possono risultare molto distanti dai nostri gusti, difficili da comprendere totalmente o che potrebbero comunque non piacere a tutti.
Un altro “oggetto” che attirò subito la mia attenzione fu un contenitore di acqua scura con all’interno uova “marmorizzate galleggianti” (Cha Ye Dan 茶叶蛋).
Le persone in autonomia prendevano un sacchetto e lo riempivano con uno o più uova. Qualcuno, una volta tolto il guscio, lo addentava direttamente davanti alla cassa. Poi, sempre per restare sul tema uova, vidi per la prima volta quello che poi imparai a conoscere come “uovo centenario”. Un uovo che se non ti raccontano la “strepitosa storia” che nasconde, potresti tranquillamente immaginare possa venire da Marte.
Lo assaggiai ma non mi piacque molto, lo mangiai dopo parecchi anni in Cina e l’impressione fu peggiore! “Troppo molliccio”!
Poi c’erano pesci di tutti i tipi, alcuni (pesci di lago mai visti!) negli acquari pronti ad essere pescati e uccisi all’istante, altri già tagliati e puliti, comodissimi da portare a casa e cucinare.
Il macellaio tagliava anatre arrosto come se non ci fosse un domani dal profumo estasiante e le serviva in vaschette da asporto (Dǎbāo 打包 “a portare via”) ad una fila composta, non capii perché, principalmente da vecchiette. Poi tagliava il pollo, il manzo e imbottiva il petto delle galline di verdure (cipolla, porro, zenzero, pepe e altre cose che non riuscii a identificare in quel momento) che poi avrebbe cotto al forno a legna e condito con delle salse fatte al momento e glassate.
Insomma, l’impressione era quella dello stordimento più totale. Dove mi giravo restavo fermo a guardare per minuti, chi mangiava, chi cucinava, chi tagliava, chi comprava, chi sputava, chi cantava e chi come me stava cercando di comprendere bene quello che diventò l’evidente segnale di una strada senza ritorno che avrebbe condizionato il mio futuro per sempre! E così fu!

