Sono andato due volte in Giappone e devo dire che è stato uno dei viaggi più belli che abbia mai fatto
I giapponesi sono esattamente come vengono descritti. Educati, rispettosi, silenziosi, ordinati e molto discreti. Sono qualità che ammiro profondamente e che contribuiscono a rendere il Giappone un paese straordinario, ma per il tipo di viaggi che amo fare, lo rendono anche più difficile entrare realmente in contatto con le persone.
Quando arrivammo, il cielo era basso, carico, e dopo poco iniziò a nevicare. Silenziosamente. Senza vento. Come se tutto si stesse preparando a cambiare.
Sono abituato ai mercati rumorosi dove tutti parlano contemporaneamente, ai cuochi che urlano tra i fornelli mentre saltano il cibo nel wok, alle persone che ti fermano per strada per fare delle foto con te e per sapere da dove vieni e a quelle situazioni surreali che sembrano accadere solo lì.
Mi è capitato perfino di vedere persone mangiare cosce di pollo sul treno e, dopo avermi osservato per qualche minuto, offrirmene una con tale convinzione da non lasciarmi praticamente alcuna possibilità di rifiutare. In Cina succede spesso così: entri in un ristorante da solo e dopo pochi minuti qualcuno ti sta già facendo assaggiare qualcosa dal proprio tavolo oppure vuole sapere tutto della tua vita.
È una confusione meravigliosa fatta di rumori, odori, spontaneità e contatti umani continui che personalmente trovo molto vera e autentica. Sono semplicemente due modi diversi di vivere e di relazionarsi con gli altri. Quello giapponese mi affascina e mi colpisce per il suo rispetto e la sua eleganza, ma quello cinese continua a farmi sentire più coinvolto, più vicino alle persone e, in qualche modo, più a casa.
Anche dal punto di vista gastronomico, devo ammettere che mi aspettavo qualcosa di diverso. Probabilmente ero influenzato dai miei studi sulla cucina cinese e dalla varietà incredibile che si incontra viaggiando da una regione all’altra della Cina
Mi aspettavo una frammentazione regionale più marcata e una presenza ancora più evidente del cibo di strada. Naturalmente ho mangiato cose straordinarie: il sashimi di tonno e salmone al mercato del pesce, alcune zuppe di ramen che ancora oggi ricordo perfettamente, pesci essiccati, preparazioni tradizionali di altissimo livello.
Tuttavia, continuavo a cercare quella sensazione di continua scoperta gastronomica che provo ogni volta che viaggio in Cina.
Poi arrivò Yokohama.
Avevo letto che qui si trova una delle Chinatown più grandi e importanti del mondo e, naturalmente, non potevo rinunciare a visitarla.
Quando arrivammo davanti alla grande porta monumentale che segna l’ingresso del quartiere, non immaginavo quello che avrei trovato pochi metri più avanti.
La prima cosa che incontrai fu un venditore di Baozi ripieni di maiale che preparava e cuoceva i panini al vapore davanti ai clienti. Ancora oggi posso dire tranquillamente che erano tra i più buoni che abbia mai mangiato in vita mia. Da quel momento iniziò un’esperienza gastronomica che definire esaltante sarebbe riduttivo.
Le strade erano piene di ristoranti, bancarelle, cucine a vista e negozi alimentari. C’era una concentrazione di cibo cinese che raramente avevo visto persino in alcune città della Cina. Ovunque si preparavano Sheng Jian Bao, Xiao Long Bao fumanti, Lamian tirati a mano davanti ai clienti, anatra alla pechinese, pancetta brasata, dolci di Hong Kong, ravioli di ogni forma e dimensione e decine di altre specialità provenienti da regioni diverse della Cina.
Ricordo ancora i cuochi intenti a preparare centinaia di ravioli a mano, le montagne di cestelli di bambù impilati uno sopra l’altro e il profumo dei brodi che usciva dalle cucine. Ogni cento metri trovavo qualcosa che volevo fotografare, filmare o assaggiare.
Per una persona come me era semplicemente il paradiso.
E come se tutto questo non bastasse, iniziai a esplorare anche i negozi di attrezzature da cucina.
Ne uscii con un wok in ferro leggerissimo e perfettamente bilanciato, due mannaie da cucina di una famosa marca giapponese create appositamente per i cuochi cinesi e alcune formine tradizionali utilizzate per preparare dolci di Hong Kong. In pratica un’altra parte del mio stipendio decise di rimanere in Giappone.
Passammo l’intera giornata a mangiare, fotografare e visitare locali specializzati nelle diverse cucine regionali cinesi. Non si trattava dei classici ristoranti “cinesi generici” che si trovano in molte città occidentali, ma di attività dedicate a specifiche tradizioni gastronomiche provenienti dal Sichuan, dal Guangdong, da Shanghai o dal Nord della Cina.
Alla fine della giornata avevo una sola certezza: sarei dovuto rimanere lì almeno tre giorni.
Ancora oggi considero la Chinatown di Yokohama una delle più belle e complete che abbia mai visitato. Per varietà gastronomica, qualità dei ristoranti, atmosfera e autenticità, credo che sia seconda soltanto a quella di San Francisco. E per uno che viaggia in giro per il mondo inseguendo ravioli, noodles e wok fumanti, questo è probabilmente uno dei complimenti più grandi che si possano fare.

