Arrivai a Pechino in una giornata limpida, con quel cielo lattiginoso che non capisci mai se è foschia o inquinamento. La città mi accolse con il solito miscuglio di rumore, traffico, odori di cucina di strada e voci sovrapposte. È un posto che non ti lascia mai il tempo di ambientarti: ti prende subito per mano e ti porta dentro il suo ritmo.
I primi giorni li passai camminando senza una direzione precisa, lasciandomi guidare più dalla curiosità che da un itinerario. Il quartiere intorno a Gulou, con la Torre del Tamburo e quella della Campana, aveva ancora una vita sua: bambini che giocano nei vicoli, anziani seduti fuori dalle case, qualche bottega rimasta com’era vent’anni fa. Era un’immagine di Pechino che sapevo stesse scomparendo, e forse anche per questo la osservavo con più attenzione del solito.
Poi venne il giorno della Città Proibita. Faceva caldo, un caldo pesante e immobile. Attraversai Piazza Tian’anmen insieme a un fiume di gente e arrivai finalmente davanti al grande portale rosso. Entrai e mi fermai quasi subito.
Non ero colpito da un’emozione travolgente, ma da qualcosa di più semplice: la sensazione concreta di essere davanti a un luogo che avevo visto mille volte senza esserci mai stato davvero. La Città Proibita era enorme, ordinata, verticale. I tetti dorati riflettevano la luce e i cortili sembravano non finire mai. Non c’era nulla di spettacolare nel senso cinematografico del termine: c’era il caldo, il rumore dei passi, le file di turisti. Ma c’era anche la storia, chiara e visibile, impressa in ogni mattone.
Continuai a camminare per ore, entrando e uscendo dai padiglioni, cercando di capire la logica degli spazi. Le fotografie venivano da sole, quasi inevitabili, ma il mio vero interesse era osservare come la vita moderna si intrecciava con quel luogo rigidamente antico. Mi colpiva il contrasto tra la monumentalità dei palazzi e la semplicità dei gesti quotidiani delle persone: una bambina che correva nel cortile, un gruppo che si riparava dal sole sotto un’ombra stretta, un uomo che spiegava qualcosa a suo figlio indicando una statua di bronzo.
Lasciai la Città Proibita stanco, sudato e un po’ disorientato. Ma con la sensazione di aver toccato qualcosa di reale, al di là dell’immaginario creato da foto e documentari.

