L’ultima tappa la tengo nel cuore perché difficilmente riuscirò a dimenticarla. Si tratta del monastero di Labrang uno dei sei monasteri della scuola Geluk relativi al buddismo tibetano.
Si trova a 2900 metri di altezza e per arrivare devi prendere un pullman che è sicuramente il modo migliore per percepire il meno possibile la differenza di altezza.
Quando arrivai stavo già male poiché mi ero preso un’influenza a causa dell’aria condizionata. Nelle stanze avevamo deciso di dormire io e mio figlio perché dormivamo con l’aria condizionata messa al minimo di temperatura “sparata” sul corpo completamente sudato. La cosa migliore per prendersi un malanno che infatti presi proprio all’arrivo in questa splendida città.†
Come arrivammo in albergo mi andai a mettere a letto perché la febbre cominciava a farsi sentire, credevo di avere più di 38!
La cosa che ho sempre fatto per cercare di abbassare la febbre è stata quella di farmi una doccia tiepida come mi consigliò tanti anni fa mia mamma. Mi stavo per spogliare per infilarmi sotto l’acqua, quando bussa alla porta la mia compagna e mi dice che il titolare dell’albergo (credo un monaco tibetano 2.0 con capelli lunghi alla Sandokan e motocicletta di ultima generazione) gli aveva detto di avvertirmi di non farmi assolutamente la doccia perché l’acqua sarebbe entrata nei pori e avrebbe…praticamente non capì bene il motivo, però mi disse che dovevo dargli retta.
Poi mi portò 2 bevande (tipo bibitone) dal sapore dolce e dal colore non identificabile che secondo lui mi avrebbero fatto passare tutto in poche ore (…pensai…questi sono tibetani e quindi c’è solo da fidarsi!).
Io mi ero anche bombardato di un cocktail perverso di medicinali che porto sempre con me a ogni viaggio, andai a dormire alle 19 e alle 12 ero quasi in forma, in piedi e pronto per pranzare.
Tra la febbre a 38 abbassata con i petardi e l’altitudine di 2900 metri alla quale era situato il paese, camminavo pendendo leggermente sulla destra ma lo spettacolo intorno a me era qualcosa che non avrei mai più visto in vita mia. Stavamo in un villaggio popolato esclusivamente di monaci tibetani, signore intente a pregare ad ogni angolo della strada con oggetti stranissimi in mano. Ogni tanto passavano degli Yak (quella specie di pecoroni con pelo tipo rasta, corna arrotolate e occhi azzurri) che passeggiavano liberi e ogni tanto puntavano vecchiette che erano costrette a correre e salire su marciapiedi lanciando imprecazioni in dialetto tibetano. Non si capiva il motivo di questi animali lasciati liberi per il villaggio, ma poi quando andammo a pranzare in un “tipico ristorante nomade”, leggendo il menu capimmo tutto. Ordinammo una frittata di patate e carne di Yak, una zuppa di spaghetti con verdure e fettine di carne di Yak, due panini con verdure e hamburger di Yak, polpette di Yak, ravioli allo Yak e bevanda al latte di YAK.
Insomma lo Yak era la loro principale fonte di sostentamento. Io non stavo ancora in forma però mangiai tutto con voracità e alla fine arrivarono i ravioli di Yak, di dimensioni giganti e con un sapore di carne di agnello così forte che non avevo mai provato in vita mia (nemmeno nei locali specializzati in Abruzzo).
Quel sapore è rimasto nella mia testa e non sono riuscito più a dimenticarlo e neppure a ritrovarlo. Lungo il corso c’erano negozi che vendevano qualsiasi cosa ma quello che maggiormente mi colpì furono i venditori di pane fatto in casa e latticini di latte (ovviamente) di Yak. Andammo finalmente a visitare il monastero ed entrammo proprio nel momento della preghiera.
Prima di entrare ci si doveva togliere le scarpe lasciandole sopra una montagna di altre scarpe tutte divise una dall’altra, sperando poi di ritrovarle o almeno trovarne un paio uguali e dello stesso numero tuo all’interno di una montagna .
Una volta entrati ci si trovava in mezzo a centinaia di monaci tibetani e si avvertiva un suono sordo e ripetuto come se ci fosse un macchinario in funzione. Dopo qualche minuto ti accorgevi che non era nessun macchinario ma semplicemente la voce sincronizzata di tutti questi monaci che pregavano emettendo una specie di suoni misti a parole. Ritrovammo le scarpe e ci facemmo un giro per il villaggio ammirando queste persone che vivono nella natura più selvaggia passando gran parte della loro giornata a pregare e a trascorrere momenti conviviali.
Mi colpì un bambino che giocava con un coltello di legno e faceva merenda seduto per terra e appoggiato sul marciapiede con una bibita bianca grassa che comprai e scoprii che si trattava di burro di Yak.
Se qualcuno volesse visitare questo posto consiglio di scegliere il periodo della “festa della Grande Preghiera” che ha inizio il quarto giorno del primo mese del calendario lunare tibetano, normalmente previsto tra Febbraio e Marzo e tutto avvolto di neve e ghiaccio.

