L’arrivo a Lanzhou (Gansu) mi ricordo avvenne quando ancora doveva sorgere il sole, poiché trovammo un treno che percorreva quella tratta solo di notte.
Verso le 12, mentre i ragazzi erano concentrati nella prenotazione della successiva tappa, decisi di andare alla scoperta della famosa Zuppa di Lamian. Entrai in un locale piccolo con cucina a vista dove si servivano solo zuppe di Lamian di un solo gusto!
La prima cosa che feci fu infilare il collo nella cucina e riprendere tutto quello che veniva fatto per produrre magicamente questi spaghetti. Quando in Cina fai così (ormai sono espertissimo!) ottieni due possibili reazioni: ti fanno spegnere la telecamera con dei gesti molto evidenti o ti invitano all’interno della cucina vantandosi di tutto quello che staranno per fare di fronte alla telecamera. Fecero proprio questo, mi invitarono dietro e mi fecero vedere come si realizzavano gli spaghetti.
Il capo, che fino a poco prima controllava senza fare nulla, prese un grande pezzo di impasto, lo allungò con le sue grandi braccia, lo sbattè con forza sul tavolo, lo allungò ancora ripetendo questo gesto molte volte e iniziò tutta quella serie di movimenti (visti e rivisti tante volte) dai quali ricavò degli spaghetti finissimi che prese e gettò dentro un grande pentolone di acqua al bollore, tutto questo in meno di un minuto.
Dopo pochi secondi questi spaghetti, venuti a galla, venivano messi dentro una zuppiera (di quelle capienti forse per 4 persone) aggiunto un brodo di carne fino a farli scomparire (forse un litro!), delle fettine di manzo (tante), cipollotto come se non ci fosse un domani e una salsa molto liquida di peperoncino tale da far cambiare all’istante il colore del brodo (loro mangiano molto piccante!).
Mi diedero questa zuppiera (facendomi anche scavalcare tutta la fila) andai a pagare (65 centesimi!) e iniziai a mangiare con una GoPro frontale che ritraeva la mia espressione di estasi e soprattutto il fatto che stessi per collassare dal calore emanato dalla giornata afosa senza sole, dalla temperatura del brodo e dalla colata di peperoncino che forse avrebbe potuto essere leggermente meno.
Lo so mi ripeto spesso, ma rimasi sconvolto dalla semplicità e dalla bontà di quello che mangiai.
Entrai a fare i complimenti facendo il gesto di uno che tira gli spaghetti con le braccia e un grande sorriso, loro mi dissero di entrare nuovamente in cucina.
Credo avessero capito che volevo provare a fare io la pasta e infatti mi fecero lavare le mani, mi diedero una parannanza, un pezzo di impasto e mi spiegarono come fare.
Io provai e mi si ruppero solo due spaghetti perché mi aveva già insegnato un amico chef cinese anni prima e quindi sapevo tecnicamente come si doveva fare, solo che la loro pasta era molto più morbida e malleabile di quella che realizzammo quella volta a Milano.
Mi guardarono abbastanza stupiti mi fecero tutti il gesto del pollice alzato e me ne andai felice e contento.

