Un Vecchietto (mi ricorda Dersu Huzala, film visto 5 volte da bambino e scolpito nella mia memoria!) a torso nudo, seduto sui gradini consumati di un vecchio hutong.

La pelle sottile, il corpo asciutto, le spalle curve raccontano un’età avanzata e una vita fatta di fatica e semplicità. Il suo sguardo è perso nel vuoto: non guarda l’obiettivo, né ciò che gli sta attorno. È come sospeso tra pensieri lontani e il lento scorrere delle ore.

Indossa pantaloni scuri arrotolati e un paio di ciabatte logore, colori consumati dall’uso. Le mani rugose sono appoggiate sulle gambe con una calma rassegnata.

Alle sue spalle si apre il passaggio stretto dell’hutong: pavimento irregolare, un caos di biciclette vecchie, cartoni, oggetti ammassati.

Un piccolo angolo di mondo che sembra rimasto invariato per decenni. I mattoni segnati dal tempo, una colonna scolpita annerita, l’oscurità dell’interno… tutto parla di un’esistenza umile, semplice, quasi immobile.

La luce calda del pomeriggio crea un contrasto con l’ombra dell’ingresso, come se lui fosse l’ultimo custode di quella soglia.

Ogni giorno, passando davanti al suo hutong, lo trovavo lì. Sempre nello stesso punto, sempre seduto sullo stesso gradino, come se quel piccolo pezzo di pietra fosse diventato la sua intera giornata.

Se ne stava a fissare il vuoto, con quello sguardo lontano tipico di chi ha visto molto, ma ormai parla poco. Davanti a sé, una semplice ciotola di lamian, che mangiava senza fretta, come fosse un rituale più che un pasto.


Bastava un’occhiata oltre la porta per indovinare la sua vita: una casa buia e stretta, piena di cose vecchie, accatastate senza ordine. Biciclette arrugginite, scatole, legni, panni, oggetti che sembravano appartenere a un altro tempo.


Per tre giorni ho fatto lo stesso percorso.
E per tre giorni lui era lì, identico, immobile, come scolpito. Un punto fermo in un quartiere che cambiava troppo piano per accorgersene.

Non parlava con nessuno, sembrava non aspettare nessuno. Forse viveva così da anni, forse quel gradino era il suo modo di stare nel mondo.

Poi, dopo tanti anni, sono tornato.
Lo stesso hutong, le stesse pietre consumate. Ma lui no.

Il vecchietto non c’era più e, al suo posto, ho trovato una pianta di mandarino.

In Cina quel piccolo albero non è un semplice ornamento: è il segno silenzioso di un cambio di proprietario, l’annuncio che una nuova famiglia ha preso dimora dove un tempo sedeva quell’uomo tranquillo, perso nei suoi giorni sempre uguali.

E proprio in quel vuoto ho sentito la fragilità del tempo:
la certezza che anche le presenze più silenziose, quelle che sembrano eterne, prima o poi scompaiono.

Alcune immagini di Hutong nei quali sono riuscito ad entrare senza farmi vedere per raccontare la vita intima degli abitanti di questi particolarissimi e splendidi posti

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